Copertina del libro
Copertina del libro "Viaggio con Charley. Alla ricerca dell'America" di John Steinbeck

Viaggi con Charley. Alla ricerca dell’America – John Steinbeck

Un uomo, un cane, un mezzo su ruote, gli Stati Uniti negli Anni ’60: Viaggi con Charley è un reportage di viaggio divertente, vero e sorprendentemente attuale.

Ero tornata in Italia da poco quando, una sera, scovo questo libro di Steinbeck tra gli scaffali di una libreria. Sono stata attratta dall’edizione rinnovata di un romanzo scritto più di 50 anni prima ma, soprattutto, dall’argomento: in Viaggi con Charley. Alla ricerca dell’America Steinbeck racconta del suo viaggio in furgone in giro per gli Stati Uniti e, visto che avevo appena vissuto per 5 mesi a bordo di un furgoncino in giro per la Nuova Zelanda, ho sentito una specie di connessione tra la mia esperienza e quella di una delle penne americane più brillanti del secolo scorso. Potevo quindi non comprare il libro?

Mentre lo leggevo, naturalmente mi sono resa conto molto presto che le somiglianze tra il mio viaggio e il suo si limitavano solo al mezzo di trasporto, ma questo non mi ha certo impedito di apprezzare il romanzo e il racconto di un viaggio insolito e bello perché estremamente autentico.

Il viaggio di Steinbeck: un’America da (ri)scoprire

Viaggi con Charley. Alla ricerca dell’America è un vero e proprio reportage del viaggio che John Steinbeck ha intrapreso nell’autunno del 1960, all’età di 58 anni. La motivazione principale del viaggio viene spiegata piuttosto chiaramente fin dal secondo capitolo: Steinbeck, scrittore americano che scrive di America, sente di non conoscere più la sua patria come dovrebbe. Sono passati troppi anni dall’ultima volta che è uscito da New York per esplorare il suo Paese natale, e gli sembra di “lavorare a memoria”, di raccontare di una nazione che esiste solo nella sua testa: “Io non avevo sentito la lingua dell’America, non ne avevo annusato l’erba e gli alberi e il concime, non ne avevo visto i monti e le acque, il colore e la qualità della luce. Conoscevo i mutamenti solo dai libri e dai giornali”.

Già questa prima dichiarazione di intenti mi ha colpito: in questa era così globalizzata e veloce in cui viviamo, tutti noi amiamo scoprire Paesi esotici e lontani, dimenticandoci forse troppo spesso della nostra terra. Ho pensato che neppure io conosco l’odore degli alberi o la qualità della luce delle regioni in Italia che ho visitato tanto tempo fa oppure mai; ma, forse, questa è un’esigenza che comincia a farsi sentire fortemente solo a una certa età quando, dopo aver conosciuto tanto del mondo intorno, ti viene la voglia di scoprire meglio casa tua.

In ogni caso, Steinbeck decide di partire nell’anonimato – a quel tempo era già uno scrittore famoso, ma praticamente nessuno lo riconoscerà nel corso del viaggio – e da solo. E ciò mi fa pensare che ci sia stata un’altra importante motivazione di fondo a questo viaggio, che è poi la motivazione di tutti i grandi viaggi: la voglia di mettersi alla prova, di affrontare la solitudine, di esplorare il proprio io, le proprie capacità, le proprie paure, i propri pensieri più reconditi. Ed è proprio ciò he succederà nel corso del viaggio e del libro: da settembre a dicembre, Steinbeck toccherà diversi Stati degli USA e incontrerà moltissimi personaggi, alcuni anche piuttosto strani; ma, soprattutto, avrà l’occasione di far affiorare tantissime emozioni diverse e contrastanti, dal terrore alla spensieratezza, dalla pace interiore alla delusione: un vero e proprio viaggio dentro se stessi.

In compagnia di Charley il viaggio è (quasi sempre) più facile

Steinbeck, in realtà, non parte proprio da solo: a fargli compagnia in ogni momento del viaggio c’è Charley, un cane… che non è un cane qualunque! Il suo vero nome è Charles le Chien ed è nato a Bercy, nei sobborghi di Parigi. La sua origine francese è riscontrabile nella sua personalità: un barboncino forte e coraggioso, ma anche molto diplomatico, che “Preferisce il negoziato alla lotta, e fa bene, perché come lottatore è pessimo”. Steinbeck lo descrive come un grande amico e un buon cane da guardia, nonché un ottimo compagno di viaggio e un cane che “sa leggere nel pensiero”.

Nel corso del romanzo, credo sia praticamente impossibile non affezionarsi a Charley e al suo carattere, a volte talmente umano da risultare spassoso: è adorabile quando “conversa” con Steinbeck agitando la coda per dire sì o no, o quando pronuncia il suo inconfondibile suono Ftt per comunicare tutta una serie di bisogni ed emozioni. Il rapporto tra Steinbeck e Charley alla ricerca della loro America è speciale: sono soli, ma sono insieme, e insieme possono affrontare i problemi e gli ostacoli, così come ridere dei momenti più bizzarri, sentire meno pesante la solitudine sulle spalle e infondersi coraggio a vicenda.

Quella di Viaggi con Charley. Alla ricerca dell’America è, quindi, non solo una storia di viaggio, ma anche una storia che racconta del rapporto indissolubile tra un uomo e il suo caneb due esseri viventi con le proprie esigenze e le proprie personalità, ma capaci di darsi l’un l’altro un amore unico e incondizionato.

Il viaggio non sarebbe lo stesso senza Ronzinante

E cosa ne è del motivo principale che mi ha spinto ad acquistare Viaggi con Charley. Alla ricerca dell’America? La promessa di un insolito viaggio in furgone è stata mantenuta, ma il mezzo di Steinbeck si è rivelato molto diverso dal mio: “una cosa molto bella, possente eppure leggera. Era facile da manovrare, quasi quanto una normale automobile”.

Dentro a Ronzinante – Steinbeck chiama il suo mezzo come il cavallo di Don Chisciotte, non la trovi anche tu una scelta molto speciale? – il nostro viaggiatore è riuscito a far star dentro di tutto: non solo un letto e il “mobilio” necessario, ma anche tutta una serie di attrezzi, utensili da cucina e da caccia/pesca, oggetti utili per le emergenze, cibo in gran quantità, la macchina da scrivere e un’infinità di libri e fogli bianchi… Insomma: Ronzinante diventa, per Steinbeck e Charley, una vera e propria casa su ruote, piccola ma comoda e completa di tutti i comfort. Viaggiare così è una vera bellezza: c’è la possibilità di fermarsi e di ripartire dove e quando si vuole, portandosi dietro tutto l’occorrente per vivere bene ma restando leggeri. È, senza alcun dubbio, la libertà del viaggio nella sua più profonda essenza.

Perché Viaggi con Charley. Alla ricerca dell’America di Steinbeck vale l’acquisto

Questo di Steinbeck è sicuramente un romanzo minore, ma credo che valga la pena leggerlo se si è amanti dei viaggi on the road perché racconta di un’esperienza unica e indimenticabile, una di quelle che tutti noi vorremmo vivere, prima o poi. Ho amato questo libro anche perché si tratta del racconto di un viaggio vero, autentico: Steinbeck non ci risparmia i dettagli più tristi o faticosi o bizzarri di questo viaggio ma, anzi, ci permette di viverlo con lui, di sederci al suo fianco su Ronzinante e di partire alla scoperta di un’America particolarissima, fatta di paesaggi, di strade, di campi, di stazioni di servizio, di persone, di parole, di ideali a volte disattesi.

Ecco, è questo ciò che mi è piaciuto di più di Viaggi con Charley: la possibilità non solo di capire meglio come fossero gli Stati Uniti negli Anni ’60, ma anche la rivelazione nel constatare che certi problemi o pensieri che esistevano un tempo sono, sorprendentemente, ancora molto attuali. Nel corso del viaggio e tra una conversazione e l’altra con gli umili personaggi che popolano il romanzo in modo più o meno marginale, Steinbeck affronta temi molto importanti: dal concetto di solitudine alla segregazione razziale, dall’urbanizzazione incontrollata all’inquinamento, dal senso di “americanità” alla globalizzazione, che standardizza le menti e i luoghi, i quali perdono sempre più le proprie peculiarità.

“Non dico questo per criticare un sistema o l’altro, ma mi chiedo se verrà mai un tempo in cui noi non potremo più permetterci questa disposizione allo spreco… spreco chimico nei fiumi, spreco metallico dappertutto, spreco atomico sepolto in fondo alla terra o affondato nel mare. Quando un villaggio indiano affondava troppo nel proprio sporco, gli abitanti se ne andavano. E noi non abbiamo posto dove andarcene”

Mi ha colpito la visione lucida, matura e intelligente di Steinbeck che, in ogni giornata di viaggio per le strade secondarie dell’America, ha saputo fornirci un quadro realistico e quasi premonitorio, a volte con sgomento e spesso con ironia: un vero e proprio spaccato degli Stati Uniti degli Anni ’60, e la possibilità per noi di verificare, 60 anni dopo, come siano andati a finire i problemi e le situazioni che gli avevano causato dubbi e domande.

Articolo scritto da: Agnese Sabatini.