Copertina del libro
Copertina del libro "In Patagonia" di Bruce Chatwin

In Patagonia , di Chatwin , è il libro che ha decretato il successo dello scrittore, proclamandolo a tutti gli effetti uno scrittore di viaggi.
In Patagonia , infatti, è considerato il libro simbolo di tutti i viaggi. E proprio per questo la sua narrazione non poteva esaurirsi in un semplice reportage di viaggio. Perché ogni viaggio che si rispetti ha dentro molteplici dimensioni e numerosi livelli di lettura, che costellano l’esplorazione di un luogo, regalando un’esperienza fatta di incontri che cambiano la prospettiva, di orizzonti che aprono la mente, di scoperte che svelano un senso più profondo.
Ecco perché In Patagonia , non è un libro per tutti. Perché non basta spostarsi da un luogo all’altro per definirsi viaggiatori.

“Un viaggio che prende vita catturando il lettore dentro a scenari dal sapore atavico, caratterizzati da un’atmosfera rarefatta e da luoghi ancestrali, che ammaliano Chatwin , con il fascino del paesaggio desertico, con le montagne blu che graffiano il cielo e i laghi che addolciscono l’inospitale apparenza. Una terra fatta di microcosmi dall’anima primordiale, aspra ma capace di far innamorare in un modo dolcissimo qualunque viaggiatore. ”

 

Un viaggio dove sono le persone a fare i luoghi

 

Più che raccontare un luogo o descrivere paesaggi e percorsi, Chatwin , dilata il tempo annullandone la percezione e crea atmosfere. Come al viaggiatore che rifugge l’indole “mordi e fuggi” del turista, la narrazione di Chatwin , non ha fretta di arrivare da nessuna parte, né di consegnare al lettore un intreccio avvincente che incentiva la corsa al finale.
Il viaggio che ci si trova a fare, grazie alla lettura di In Patagonia , è un’esperienza dove la terra più recondita e inospitale del mondo prende forma attraverso un codice narrativo che non è quello canonico delle descrizioni paesaggistiche, o comunque non è l’unico.
Perché alla geografia tradizionale dei luoghi si sovrappone una geografia umana, fatta dei racconti delle persone che costellano il libro delle più disparate nazionalità.
Un panorama umano e sociale che offre un viaggio molto più profondo di quello che spesso ci si ritrova a fare, per colpa di un turismo globalizzante.

Grazie alla sensibilità della penna di Chatwin , e alle sue acute osservazioni mai banali, riusciamo ad avere un meraviglioso ritratto di quell’estremo sud del continente americano, spesso in ombra rispetto alla sterminata letteratura che, invece, celebra e racconta i luoghi del grande nord.
È una continua scoperta, fatta di suggestioni consegnate ai piedi o agli spostamenti affidati a mezzi di fortuna. È un caleidoscopio di luoghi e uomini che non hanno tempo, di villaggi e città sorte dal nulla e di colonizzatori che hanno distrutto e creato a loro piacimento, prima di essere a loro volta puniti da quelli che erano considerati i selvaggi del luogo.
Una realtà difficile da addomesticare e incasellare nelle classiche categorie, ricca com’è di sfumature e di una varietà umana che mostra la sua unicità nella molteplicità, grazie all’esistenza di indios, peones, gauchos, allevatori, latifondisti, imprenditori, esuli e clandestini.
Una terra dai mille volti, non solo per la sua geografia frastagliata, ma anche per i diversi popoli che la arricchiscono, regalando al viaggiatore un’esperienza sensoriale fuori dal comune, ma anche umana. Scorrendo le pagine del libro di Chtawin , infatti, si rimane affascinati dai racconti degli scozzesi giunti fin lì per ampliare gli orizzonti commerciali della loro preziosa lana, degli italiani in conflitto per la spartizione della terra ereditata, dei gallesi sempre in festa e degli olandesi che, al contrario, si distinguevano per essere taciturni e un pò scorbutici.
Non a caso, di pagina in pagina, si ha quasi la percezione che tutto abbia avuto origine proprio da questo lembo di terra selvaggio e capriccioso.
Capace di ammaliare come nessuno, la Patagonia , del libro di Chatwin , si rivela come un luogo che fa parte della geografia personale di ogni individuo, anche di chi non ci ha mai messo piede, se non con l’immaginazione o attraverso racconti leggendari.

La narrazione fluisce in modo accattivante, seppur lento, grazie a una prosa semplice, asciutta ma fortemente evocativa. Per Chatwin , il viaggio va oltre la semplice esplorazione di una terra stupefacente. È piuttosto un modo per migliorarsi, per evadere dalla realtà e fuggire da tutte quelle gabbie sociali che portano l’essere umano a dissolversi tra la moltitudine, senza scoprire mai quanto si può essere liberi e felici.

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Un’esplorazione ai confini del mondo

 

Spesso quando si è bambini il primo biglietto per raggiungere un luogo speciale è proprio la fantasia, il sogno. Quella forza creatrice che lancia la nostra mente altrove, lì, in quel luogo lontano che cercheremo di raggiungere poi da adulti, per scoprire se era proprio come l’avevamo immaginato. Ed è proprio grazie a un sogno che Bruce Chatwin , ha potuto scrivere In Patagonia , regalandoci la possibilità di viaggiare ai confini del mondo, restando comodamente seduti sul divano.
Un sogno alimentato da quella fantasia, solleticata da un piccolo frammento di passato. Un frammento che da sempre spiccava lì, in casa della nonna, dentro alla credenza della sala da pranzo, gelosamente custodito come la più preziosa delle reliquie. “Un pezzo di brontosauro”, come lo definisce lo scrittore, una creatura vissuta in un posto lontanissimo: la Patagonia .
Una specie di fossile che Chatwin , fissava insistentemente, affascinato com’era, non solo dalla storia che aleggiava intorno a quel reperto, ma anche per il fatto che quella preziosa testimonianza della Preistoria era stata inviata proprio da un suo antenato, il capitano Charley Milward, in Inghilterra, a dimostrazione delle meraviglie sorprendenti celate nella Terra del Fuoco , .

Alla luce di questo divertente aneddoto, cui è affidato l’inizio del libro, è molto più semplice comprendere il perché Chatwin , abbia sognato per tutta la vita di andare alla scoperta della tanto immaginata Patagonia , .
Senza contare poi, che alle sue fantasie di bambino si aggiungeva la convinzione, diffusa anche tra i suoi compagni di scuola, che la Patagonia , fosse il posto migliore dove rifugiarsi nel caso Stalin minacciasse di attaccare la Vecchia Europa con una bomba atomica. Motivo per cui quel gruppo di ragazzi progettava di trasferirsi proprio lì, nella terra più remota del mondo, vista come luogo di salvezza e fuga da una realtà che li impensieriva.
Ma bastano poche pagine per passare dal viaggio sognato, immaginato per anni, a quello reale.

Recensione di Gabriella Ferracane