Copertina del libro
Copertina del libro "Nomadland. Un racconto d'inchiesta” di Jessica Bruder
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Tre anni di viaggi e 15.000 miglia percorse in giro per gli Stati Uniti per incontrare e conoscere vita, storie e sogni di quelli che sono i nuovi nomadi americani. Nomadland di Jessica Bruder è una forte testimonianza dell’America contemporanea.

“Abbiamo bisogno di speranza, tanto quanto ne abbiamo di cibo e riparo. E c’è speranza sulla strada.”

Nomadland: 15.000 miglia percorse tra sogni e speranze

Non si definiscono “senza tetto”, ma preferiscono parlare di sé stessi come “senza casa”: in effetti un tetto lo hanno ed è quello della loro auto, del loro camper o del loro minivan.

Sto parlando dei nomadi americani del nuovo millennio. Si tratta di persone che in genere hanno più di 60 anni e che, seppur hanno raggiunta l’età della pensione, non possono permettersi di smettere di lavorare perché i soldi in arrivo dalla previdenza sociale non bastano neanche per le spese basilari.

Nomadland di Jessica Bruder racconta le loro storie.

La giornalista, infatti, ha percorso insieme a queste persone migliaia di chilometri attraversando il Paese da Nord a Sud e da Est a Ovest.

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Tre anni in giro per gli Stati Uniti vivendo come loro, condividendo i loro spazi, seguendo i loro sogni e scoprendo le loro speranze.

Sosta dopo sosta, parcheggio dopo parcheggio, lavoro occasionale dopo lavoro occasionale, Jessica Bruder con il suo libro conduce l’attenzione del lettore su un fenomeno sociale di cui media e politici tendono a non parlare.

Ne esce fuori la descrizione di un’America diversa da quella che siamo abituati a contemplare: un Paese in cui il “sogno americano” appare un po’ più sfocato.

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I nomadi del nuovo millennio

Nomadland di Jessica Bruder racconta di un popolo in continuo movimento formato da persone che hanno investito tutti i loro ultimi risparmi per acquistare un camper, una roulotte o una semplice macchina.

Questi mezzi di trasporto servono per spostarsi da uno Stato all’altro del Paese in cerca di lavori saltuari spesso a bassissimo prezzo.

Questi nuovi nomadi sono quasi tutte vittime della crisi economica iniziata nel 2008 e generalmente non sono più giovanissimi.

Un tempo facevano parte di quella middle – class che negli ultimi anni è andata via via sempre più assottigliandosi. Oggi sono costretti a ridurre al minimo ogni spesa e a utilizzare anche l’ultimo centesimo per arrivare fino al successivo lavoro provvisorio.

Niente più ipoteche, niente più affitti: hanno rinunciato al sistema e al concetto più comune di “casa” per spostarsi in continuazione. Lavorano come addetti alle pulizie nei campeggi, nei grandi magazzini di Amazon o nelle fabbriche che hanno bisogno di stagionali.

La sera dormono in grandi parcheggi non lontano dal posto di lavoro finché la loro presenza è tollerata cercando di eludere i controlli della polizia. Altre volte, invece, sono proprio i momentanei datori di lavoro ad offrigli uno spazio dove posizionarsi con il proprio mezzo.

A tratti ho avuto l’impressione di rileggere Furore di Steinbeck, ma a ben guardare e fermandomi a riflettere, ho notato una grande differenza.

Se nel libro ambientato dopo la Grande Depressione degli anni Trenta del Novecento, i protagonisti vivevano ogni attimo con la speranza e il desiderio di ritornare, un giorno, a casa, i protagonisti di Nomadland sembrano avere la consapevolezza di un futuro in cui continueranno a spostarsi.

In questa presa di coscienza sta la necessità di fare comunità, di essere disponibili l’uno con l’altro e di aiutarsi a vicenda. È di questa grande famiglia allargata e dispersa in ogni angolo del Paese che ci parla la Bruder con franchezza e semplicità.

“Sopravvivere all’America” vivendo in camper

Linda May vive con il suo cagnolino in un mini camper che ha affettuosamente soprannominato lo “Squeeze Inn”. La sessantaquattrenne si sposta da una parte all’altra dell’America per lavorare come stagionale tra campeggi e magazzini Amazon.

Don Wheeler (l’unico protagonista del libro per cui non viene usato il vero nome) è andato in pensione e ha divorziato subito dopo. La moglie si è tenuta la casa e lui ha perso tutto. Oggi vive in macchina, si accontenta di lavori saltuari e gli è stata impiantata una protesi all’anca a seguito di una caduta in un campeggio dove lavorava come stagionale.

Chere, invece, è stata costretta a vendere la casa nel momento in cui il settore immobiliare è crollato inesorabilmente. Ora vive in un furgone e conserva con cura ogni avanzo di un pasto al ristorante, grata, ogni giorno, per non essere bloccata in “una giungla di cemento” come New York.

Le storie che potrei raccontarti sono ancora tantissime. Tutte hanno in comune “case mobili” e lavori saltuari. Tutte hanno in comune lo spirito di fraternità e la voglia di fare squadra.

In una società in cui denaro e consumismo sono diventati padroni, in un Paese in cui “l’ultimo luogo libero è un parcheggio”, questo libro non può che condurre a una profonda riflessione.

Le persone incontrate da Jessica Bruder sono tutte animate da tanta solidarietà umana e dalla voglia, che si trasforma in forza, di creare una comunità mossa da etiche e valori differenti da quelli imposti dall’alto.

Non stupisce, allora, che la regista cinese Chloé Zhao abbia trovato in questo volume lo spunto giusto per una pellicola memorabile e non sorprende neanche che quest’ultima abbiamo vinto l’Oscar come Miglior Film.

Recensione di Selene Scinicariello

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