Copertina del libro
Copertina del libro "Una città o l'altra. Viaggio in Europa" di Bill Bryson

Critiche a volte pesanti, ma scritte sempre col sorriso sulla penna; un reportage di viaggio dissacrante, pieno di disavventure, a tratti bizzarro… e, quasi sempre, molto vero. Questo è Una città o l’altra di Bill Bryson: un libro che intreccia piani spaziali e temporali diversi, in un caleidoscopio di informazioni, aneddoti e istantanee sull’Europa di ieri e di oggi. È un libro che fa ridere? Eccome, e non potrebbe essere altrimenti: d’altronde, stiamo parlando di Bill Bryson!

Una città o l’altra di Bill Bryson: in giro per l’Europa

Bill Bryson è uno dei giornalisti di viaggio più capaci e apprezzati del nostro secolo. Nonostante abbia vissuto per parecchio tempo in Inghilterra, è con gli occhi delle sue origini statunitensi che si accinge a viaggiare in giro per l’Europa con l’obiettivo di scrivere un libro sulla cultura, gli stili di vita, le persone e i luoghi che incontra. Il viaggio parte da Hammerfest, la cittadina norvegese più a nord dell’Europa, e prosegue verso sud, fino a Istanbul. Nel mezzo, grandi capitali e località indimenticabili: Oslo, Parigi, Bruxelles, Bruges, Colonia, Innsbruck e poi ancora passando da Olanda, Spagna, Svizzera, Italia e Jugoslavia.

“Volevo sentirmi confuso e affascinato, sperimentare l’infinita incantevole diversità di un continente dove può capitare di salire su un treno e di ritrovarsi un’ora dopo in un luogo i cui abitanti parlano una lingua diversa, mangiano cibi diversi, hanno orari di lavoro diversi, vivono vite che sono al contempo tanto differenti e stranamente familiari.”

I piani temporali di Una città o l’altra

Sì, hai letto bene: Jugoslavia. Bill Bryson ha scritto Una città o l’altra nel 1992 (il libro è stato poi pubblicato in Italia dieci anni dopo); leggendolo adesso, lo scarto temporale tra il periodo del viaggio e l’Europa di oggi è davvero impressionante. In più, anche nel libro stesso si assiste a un continuo passaggio di piani temporali: mentre viaggia all’inizio degli Anni ’90, spesso Bryson ricorda e fa paragoni con l’Europa che aveva visitato vent’anni prima, da giovane, insieme al suo amico Katz. I ricordi passati, il viaggio presente e il confronto con l’Europa del XXI secolo offrono parecchi spunti di riflessione su un’Europa che cambia, da un punto di vista politico, economico, culturale. Nel libro leggiamo di una Jugoslavia che esiste ancora, della dissoluzione di un vero e proprio impero comunista, di un Muro di Berlino caduto da pochissimi anni: il confronto fa impressione e dà modo di pensare a tutte le cose che sono successe e che sono cambiate.
Eppure, certi stereotipi che valevano anni fa sono, forse, ancora molto attuali.

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L’Europa vista dagli occhi di un americano

La cosa che mi ha affascinato di più di Una città o l’altra di Bill Bryson è il modo in cui l’autore vede e racconta la nostra Europa. Gli Stati Uniti sono un unico grande Paese, la cui superficie equivale più o meno a quella dell’Europa che, però, è un continente estremamente frammentato in termini di lingue, valuta, cucina, tradizioni e stili di vita. Con occhi sinceri e voracemente curiosi, Bryson si sorprende di tutte queste diversità – a causa di una forma mentis “americanizzata”, ammette di non riuscire neppure a capirle, certe cose –, ma anche di quanto, alla fine, tutti gli europei abbiano qualche caratteristica in comune: “Mi affascinava come gli europei potessero essere tanto uguali tra loro pur rimanendo così eternamente e sorprendentemente diversi”.
Leggendo le pagine di Una città o l’altra, ho amato la capacità di Bryson di raccontare le diverse realtà che incontrava passando dall’analisi dei loro abitanti, dalle persone che incontra (alcune anche piuttosto strane), dalle abitudini e dalle contraddizioni, dagli aneddoti che gli capitano e che lui riesce a trasformare in vere e proprie avventure. Tra contrattempi, un buon numero di birre e di ore in autobus, incidenti di percorso esilaranti e piccole digressioni storiche, artistiche e anche personali, esce fuori un ritratto unico di un’Europa che ha milioni di difetti, ma che affascina e rapisce come nessun altro continente al mondo sa fare.

Cogli l’ironia senza filtri di Bryson… e non restarci male!

Per ogni luogo che visita, Bryson ha qualcosa da dire. È un osservatore attento e acutissimo, in grado di intercettare stili, comportamenti, costumi, e il modo di pensare comune a tutti gli abitanti di uno stesso popolo. La penna di Bryson non si vergogna mai di esternare dubbi e perplessità sulle brutture e gli stereotipi più negativi e particolari di ogni luogo; lo fa con frasi sintetiche, caustiche come saette: “I tedeschi non capiscono l’umorismo; gli svizzeri non hanno idea di cosa significhi il divertimento, gli spagnoli trovano che non ci sia nulla di ridicolo nel cenare a mezzanotte e gli italiani non avrebbero mai dovuto beneficiare dell’invenzione delle automobili”.
La cosa che colpisce di Bryson è la sua sincerità assoluta, la totale mancanza di filtri e l’inesistente timore di offendere o infastidire i popoli che sta così satiricamente commentando; è come se ogni pensiero che gli salta in testa venisse immediatamente trasferito su carta, senza rimuginarci troppo su. Questa è la caratteristica principale dei reportage di viaggio di Bill Bryson, che ci piaccia o meno. Per quanto mi riguarda, devo dire che in alcuni momenti ho provato fastidio per il tono troppo semplicistico dei suoi giudizi, a volte davvero troppo ipercritici; sembra che Bryson provi gusto a dire la sua in modo caricaturale e stereotipato, condito a volte da una certa aria di sufficienza.
La verità è che questa ironia pungente di Bryson è da apprezzare. L’autore non si pone mai con un atteggiamento didattico o di superiorità, non vuole insegnare niente ai “cugini” europei e, se così sembra, è forse solo per quella istintiva sensazione che gli statunitensi si sentano sempre un po’ al centro del mondo (o forse è uno stereotipo anche questo?). Bryson ha parole appuntite come lame anche per i propri connazionali, anche per se stesso, non risparmia nessuno ed è proprio questo che dovrebbe toglierci qualsiasi fastidio. E poi, ammettiamolo: c’è sempre un minuscolo fondo di verità in ciò che dice. Se si va oltre la superficialità del modo in cui le sue affermazioni vengono scritte e se si lascia che la sua ironia ci porti a fare un po’ di sana autoironia, si scopre che, alla fine, questa sincerità non fa per niente male.

Recensione di Agnese Sabatini.