Copertina del libro
Copertina del libro "Viandanza" di Luigi Nacci

Viandanza di Luigi Nacci è il racconto del prima, il durante e il dopo dell’esperienza dell’autore sui due percorsi europei più frequentati dai pellegrini nel corso della storia: il Cammino di Santiago e la Via Francigena. Esperienze che si sviluppano lungo scenari e paesaggi incredibili, tra ospitalità disinteressata, incontri preziosi e quasi mistici, riflessioni da un capo all’altro della mente, sforzi e conquiste, soddisfazioni e fatiche.
Ma questo è solo un riassunto scarno che non rende giustizia a quello che si può trovare in questo libro: un vero e proprio viaggio nei sentimenti più primordiali, intensi e contrastanti dell’animo umano. Quei sentimenti che solo un’esperienza vivida come il cammino può contribuire a far uscire in tutta la loro forza.

Viandanza di Luigi Nacci: il cammino come educazione sentimentale

Nel suo libro Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale, l’autore racconta l’esperienza del mettersi in cammino, nella realtà ma anche come metafora di un percorso di vita: camminare, infatti, è anche il movimento che mette in moto riflessioni profonde sulla nostra esistenza e la nostra direzione nel mondo.
Ma che “libro” è Viandanza di Luigi Nacci? Non un diario di viaggio, non un reportage, non una storia romanzata, non una guida: è, forse, un vero e proprio manuale di educazione sentimentale – come suggerisce il sottotitolo –, perché ci dimostra che sul cammino si può fare esperienza di tutto lo spettro dei sentimenti umani possibili: paura, stupore, spaesamento, nostalgia, disillusione, allegria, arroganza, umiltà… sentimenti che sono anche gli evocativi titoli dei capitoli in cui il libro è suddiviso.
Luigi si riferisce a una persona che non è né uomo né donna, e non è neanche lui stesso; a parte gli ultimissimi capitoli, a pensare, muoversi e agire è un “tu” generico: forse è segnale del fatto che il cammino è per tutti, senza distinzione di sesso, età, motivazioni e condizione sociale; e, quindi, che in questi sentimenti chiunque può e deve immedesimarsi.
Anche se io non sono mai partita per un cammino vero e proprio, questo libro ha enormemente aumentato in me la voglia di provare, perché mi è capitato, qualche volta, di sentirmi come lui descrive il momento che ti spinge a partire senza guardarsi indietro: “Ero andato a Santiago e a Roma molte volte, per diverse vie. Quante volte, quante vie? Non ricordo. Però so che tutti quei cammini erano sorti dalla frustrazione, dalla nostalgia, dalla rivolta. Erano emozioni sferzanti, come refoli di bora, ma di una bora chiara, quella che obbliga ad aggrapparsi ai pali della luce o alle bitte, che spazza via le melanconie dai vicoli, non il turbinio che abbatte i palazzi”.
Sì, mi è capitato di sentirmi così: la sensazione di essere al limite, un limite entro al quale non si può più stare: si straborda, non c’è più spazio, si è in rivolta, si deve andare, qualcosa deve cambiare. Per uscire da questo limite ormai rotto in mille pezzi, in passato io sono partita per l’altro capo del mondo; Luigi Nacci, invece, ha “semplicemente” iniziato a camminare.

Il cammino che fomenta le domande

Ma camminare non ha risolto niente secondo i canoni “normali” del risolvere le cose: il cammino, piuttosto, ha posto altre domande, altri dubbi irrisolti, altre verità e altre confessioni che possono anche fare male. Domande, domande, domande che non finiscono mai: “Che senso hanno i miei giorni?, hai pensato. I talenti che ho, che faccio finta di non vedere, come ho potuto disperderli? Tutto questo peso che sento, in quanto tempo l’ho accumulato, e perché ho consentito che si formasse, perché non mi sono opposto ad esso? Tutto il tempo che ho perduto, come potrò riaverlo, a chi dovrò chiederlo? Le domande erano lì, palpabili, sui palmi sudati delle tue mani, erano spietate”. Credo che siano domande a cui spesso, nella routine quotidiana, decidiamo di sottrarci per il quieto vivere; in cammino, questo non è possibile: quando si cammina, le sovrastrutture e le fragili corazze della vita “normale”, inevitabilmente, cadono. Le domande esistenziali, i dubbi sulla propria direzione, continuano a premerci il petto e l’unica cosa che possiamo fare… è provare a rispondere. A prenderci una responsabilità nei confronti di noi stessi. In ultima istanza, a crescere.

Un viaggio tra i sentimenti di Viandanza di Luigi Nacci

Le emozioni e i sentimenti espressi in questo libro sono come un percorso, un saliscendi tra la libertà è l’incredulità, la fatica e il senso di onnipotenza, l’arroganza e il sentirsi poco più che granelli di sabbia. Leggendo, mi ha colpito quanto l’autore sia stato capace di dondolare da un’emozione all’altra, sull’altalena impazzita che la nostra vita spesso è; e anche quanto non abbia mai avuto paura di esternare qualsiasi tipo di emozione, persino quelle apparentemente meno edificanti.
Mi ha colpito la descrizione della nostalgia, intesa non verso la vita ordinaria lasciata a casa – quella no, viene dimenticata ancor prima di oltrepassare i Pirenei –, bensì verso la vita sul cammino, una volta che Luigi è tornato a casa: “di cosa avevi nostalgia, quindi? Delle frecce gialle, ad esempio. Poste su alberi, cartelli, sassi, sul fondo degli stagni, a indicarti la tua direzione. Il tuo unico, nitido, palese obiettivo. Della vita ridotta ai minimi termini: svegliarsi, mangiare, camminare, mangiare, camminare, mangiare, dormire. Nessuno schema o diagramma da decifrare, nessuna burocrazia, nessun litigio al semaforo, all’agenzia delle entrate, dal commercialista. Camminavi da solo se volevi stare da solo, in compagnia se volevi compagnia. Se cadevi, qualcuno ti rialzava. Se avevi sete, appariva dal nulla una fontana, cadeva dalle fronde un bicchiere d’acqua. Vi prendevate cura gli uni degli altri, senza conoscervi”.
Mi ha colpito una vena di arroganza, un sottile ma diffuso senso di superiorità nei confronti di chi sembrava essere sul cammino per moda o per sentirsi speciale. Luigi Nacci si trova a giudicare queste persone, a considerarle inferiori perché non dotate di motivazioni abbastanza potenti; ma è il cammino stesso, dopo poco, a rimetterlo sulla giusta via, come al solito ponendogli le domande giuste: “si può essere in cammino ergendosi a guardie o giudici? Con quale stato d’animo avresti camminato pensando agli altri come piaghe d’Egitto? Vedendo non delle donne e degli uomini come te, ma post-hippy, vacanzieri low cost, campeggiatori da spiaggia, dannati da girone dantesco? Non avresti, così facendo, protratto il modo di vivere che disprezzavi? Come fare per entrare nella viandanza a piedi leggeri?”.
Mi ha colpito, soprattutto, l’allegra riflessione sull’allegria: “la radice indoeuropea di allegria è al, cioè alzare, sollevare. Allegro è chi si alza e si desta, chi si fa attivo, va incontro alla sua vita e facendolo va incontro alle vite degli altri. L’allegria non può esistere nell’isolamento, non è il pane che consumi da solo, ma il pane che dividi sulla tavola affollata, un pane che si spezza e si moltiplica affinché tutti possano mangiare. Non è un pane miracoloso, è il prodotto della fatica, dell’incubazione e della sapienza. Tu sei allegro insieme agli altri, se e solo se gli altri sono allegri”. Questa riflessione mi ha portato a pensare a quanto ogni singola scintilla di felicità acquisti un senso quando sia condivisa: con noi stessi, sì, ma anche con i nostri compagni di avventura, con quelli con cui dividiamo il pane e i ricordi, la strada e i racconti. Con Viandanza di Luigi Nacci, si mettono presto da parte i sentimenti negativi, e si prende il meglio di ciò che queste pagine e il cammino stesso ci regalano: la forza che abbiamo dentro, la necessità della condivisione, il senso di umanità che ci spinge a essere migliori e a mettere, ancora e ancora, un piede avanti all’altro sul cammino della nostra vita.

“Quando si è stati pellegrini, viandanti, forestieri, clandestini o nomadi una volta, lo si è per sempre. Non possiamo tornare alle nostre vite ordinarie e sprangarci in casa. Possiamo farlo per un po’, ma poi, se continuassimo, impazziremmo. Perché se tenessimo le porte chiuse, rinnegheremmo la polvere e il fango in cui abbiamo sognato ad occhi aperti. E non c’è niente di peggio che tradire un sogno”.

Articolo scritto da: Agnese Sabatini