Copertina del libro
Copertina del libro "I VAGABONDI DEL DHARMA" di di Jack Kerouac

I vagabondi del Dharma , dello scrittore Jack Kerouac , può essere considerato una sorta di seguito del famosissimo On the road , il libro considerato il manifesto di quella che lo stesso Kerouac definì Beat Generation .
Un movimento che alla fine degli anni’50 rispecchiava perfettamente gli ideali, le speranze e lo sconfinato desiderio di libertà di quei giovani che non riuscivano a identificarsi con i canoni convenzionali della società americana.

“Vagabondi del Dharma che si rifiutano di cedere all’imperativo generale che li porta a consumare e dunque a lavorare per il privilegio di consumare tutte quelle schifezze che nemmeno volevano davvero”

UN LIBRO PER VIAGGIARE FUORI E DENTRO DI SÉ

Ragazzi che vivevano sulla propria pelle un’America alle prese con la Guerra Fredda e la lotta al comunismo e che cercavano di distaccarsi da tutto quello che non sentivano appartenergli, attraversando l’America con mezzi di fortuna e vivendo alla giornata, disancorati dalle logiche del consumismo e vivendo di ideali visionari

E proprio questo incessante andare è una delle caratteristiche che animano i libri di Kerouac , come I vagabondi del Dharma .
L’autore franco-canadese, infatti, può essere considerato lo scrittore dell’inquieto girovagare: quel nomadismo smanioso, misto alla ricerca dei compagni di viaggio giusti.
Quelli con i quali fuggire via dal conformismo alienante della società e insieme ai quali andare incontro alla libertà.
Una libertà vissuta nella sua essenza più estrema, non solo come assenza di gabbie, confini, vincoli ad un luogo fisico, ma anche nel suo senso più edonistico, inteso come libertà di concedersi cose come il sesso libero e il consumo di droghe e alcol, considerati strumenti per amplificare le proprie esperienze sensoriali, soprattutto durante la meditazione.

Ne I vagabondi del Dharma , infatti, il viaggio di Kerouac è un continuo andirivieni tra dentro e fuori, tra l’itinerario percorso a piedi e quello che lo scrittore compie dentro sé stesso, grazie agli insegnamenti del Buddhismo.
Non a caso, oltre ai comportamenti ritenuti dall’opinione pubblica spesso provocatori, il popolo della Beat Generation , e lo stesso Kerouac , come si potrà leggere nel libro, si contraddistinguevano per la scelta di modelli pacifisti e per la profonda ricerca, quasi mistica, del senso della vita. Cose che portarono Kerouac, appunto, ad aderire alla religione orientale Zen.
In realtà più che di una religione o di una filosofia si trattava di una metodologia dello spirito, una pratica per viaggiare nelle profondità della propria coscienza e della propria mente. Un viaggio che per Kerouac , sembra essere fondamentale, per dare un senso e una dignità a quella parola nella quale anche lui è incorporato: “vita”.
Ecco che il suo incessante andare diviene la manifestazione esteriore di quel percorso che egli intraprende dentro di sè: quello della Via dello Zen. Una via semplice e diretta per superare i condizionamenti e gli attaccamenti con i quali il mondo ci condiziona. Il viaggio giusto per immergersi nella vita e arrivare alla Verità Assoluta.

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LO SCRITTORE CHE VIAGGIAVA ALLA RICERCA DELLA VERITÀ

Ecco perché il libro può essere paragonato ad una sorte di crocevia verso il quale confluiscono diversi viaggi: quello di Kerouac e dei suoi confratelli, impegnati in una ricerca mistica che ha la sua bussola nella Scuola Zen di San Francisco, ma anche quello di un gruppo di ragazzi che si lanciano in numerose avventure, fra scalate epiche tra le montagne inviolate della California, meditazioni in mezzo alla natura e riti all’insegna di pratiche orgiastiche. Proprio per questo I vagabondi del Dharma può essere considerato il libro religioso di Kerouac . Quello dove lo scrittore mette a nudo la sua anima, celebra la spiritualità e accompagna il lettore verso un viaggio che non è solo quello che lui compie fisicamente, insieme ai suoi amici, ma è anche quello della coscienza che si mette in viaggio, attraverso la liberazione dell’esistenza da canoni prestabiliti, per sposare una morale naturale che non conosce leggi convenzionali e che si basa su una spiritualità ricercata attraverso l’espansione delle esperienze del reale.

Un’irrequietezza e una vivacità che si riflettono anche sulla prosa del libro, sulle scelte stilistiche dello scrittore e sulle sue riflessioni. Il suo argomentare è spesso come un flusso di coscienza: frasi lunghe, prive di punteggiatura. Frasi che si snodano in modo anarchico, libero. Parole che guizzano quasi non curanti del ritmo che il lettore dovrà trovare, per poterle apprezzare. Un pò come il jazz tanto amato dai beatnik. Una composizione che non è mai data una volta per tutte, poiché il senso viene costruito insieme, in quella comunione d’intenti dove il lettore decide di affidarsi allo scrittore per scoprire dove la sua penna sarà capace di portarlo, ma durante la quale sarà anche lui ad aggiungere pezzi al puzzle, incastrando quella frase tra le pieghe del proprio vissuto.

Perché ovunque ci sia movimento nulla resta uguale, soprattutto se ci si muove con i piedi ma anche con la coscienza. Non a caso proprio come cantava Bob Dylan in Blow in the Wind, bisognerebbe chiedersi “quanta strada deve fare un uomo per essere un uomo”?
Kerouac sembrava aver fatto di quella domanda il biglietto di sola andata verso l’illuminazione, ma la cosa straordinaria è che nel farlo ci ha regalato una mappa per seguirlo. Ci ha mostrato quanta libertà ci voglia per andare incontro a sé stessi e quanto si debba avere il coraggio di lasciare andare le cose che non sono indispensabili.
Ecco perché se dovessimo riassumere Kerouac in pochi elementi, diremmo che era l’uomo sempre sulla strada, intento a scrivere sul suo taccuino mentre viaggiava solo con un sacco a pelo e lo zaino in spalla. L’immagine di un’intera generazione che non voleva capovolgere il mondo, ma imporre il proprio rifiuto di una realtà dalla quale preferiva distaccarsi perché insopportabile e insoddisfacente.

Per questo I vagabondi del Dharma non può essere licenziato superficialmente come un libro da inserire tra la letteratura di viaggio, imbevuto di filosofia orientale per corteggiare gli amanti della new age. Chi lo legge anteponendo tali pregiudizi, sta leggendo il libro di qualcun altro, quello di coloro che non hanno compreso quanta vita, storia e coscienza culturale ci siano dietro le parole di uno scrittore che era capace di guardare all’esistenza in modo diverso e per questo aveva sposato una spiritualità diversa da quella convenzionale. Un uomo che non amava avere una destinazione ben precisa, se non quella che lo avrebbe portato a quella Verità nella quale sperava di trovare le risposte cercate a lungo, attraverso quel turbamento dei sensi che lo portasse oltre i paletti di un mente barricata dietro alla realtà prestabilita.

Recensione di Gabriella Ferracane.