Copertina del libro
Copertina del libro "La fine della terra" di Massimo Lazzari

Quando ho finito di leggere le pagine de La fine della terra non ho potuto fare a meno di ripensare alle parole di una famosa canzone di Niccolò Fabi che dice “si parte per conoscere il mondo, si torna per conoscere se stessi”. E in effetti Massimo Lazzari parte per il Madagascar tre anni prima di quella che è l’esperienza descritta nel libro. Una volta tornato a casa, però, il suo viaggio si rivela come qualcosa di più di un semplice timbro sul passaporto o di una valanga di foto che immortalano luoghi che siamo abituati a vedere solo nei documentari. Il viaggio che ha fatto diventa una leva interiore che, come un fiume carsico, agisce silenziosa, nascosta lì, tra le pieghe dei ricordi ancora freschi di tramonti struggenti, di incontri fecondi, di realtà spezzate che vanno in crash con l’ordine delle vite di chi ha la fortuna di avere un’esistenza degna di questo nome; estranea alla fame, alla sete e alla povertà infinita. E così col tempo l’autore si rende conto che, anche se ha fatto ritorno a casa, il viaggio non è finito e lui non è più la stessa persona che era partita. Non è più una persona libera, perché c’è un’attrazione che lo rapisce, un richiamo che lo tiene in ostaggio, un anelito verso un terra che gli è entrata sotto pelle, si è innestata tra i frammenti del suo vissuto e lo ha spinto a tornare in Madagascar , stavolta come volontario. Un uomo che ha deciso di mettersi al servizio di un’associazione umanitaria che a Tulear, la città più povera di tutto il paese, cerca di migliorare le condizioni di vita degli abitanti, favorendo l’istruzione scolastica e costruendo pozzi che garantiscano l’acqua potabile. Come quello costruito in memoria di Marina, la nonna dell’autore, e finanziato personalmente da lui.

Un esempio vivente di come un viaggio abbia trasformato quello che poteva essere semplicemente uno svago, un desiderio di scoperta, in una necessità dagli intenti ben più alti: quella di portare nel mondo un miglioramento, di essere protagonisti di un cambiamento reale, che dia una svolta alla vita di chi è meno fortunato e per questo tende la mano in attesa che qualcuno la stringa, offrendogli una speranza concreta.

Ecco perché il libro di Massimo Lazzari non parla di intrepide avventure fra paesaggi mozzafiato, né dei luoghi da cartolina pronti a essere fagocitati da chi non vede l’ora di dare una bella botta al proprio profilo Instagram.

“Nel giro di un paio di minuti siamo circondati da decine di bambini. Sporchi, scalzi, seminudi. Uno tiene in mano un canarino vivo. Un altro il cranio rosicchiato di chissà quale animale. Hanno fame. Ma soprattutto hanno voglia di ridere.”

Un viaggio per cambiare il mondo, un libro per raccontarlo

La fine della terra parla di un Madagascar in ginocchio, schiacciato ogni giorno sotto al peso dello sfruttamento economico e di una società vittima delle numerose contraddizioni che amplificano le condizioni di estrema povertà già esistenti. È lo stesso Madagascar dove l’autore torna dopo tre anni dal suo primo viaggio, per essere quella goccia che, giorno dopo giorno, scava la pietra cercando di abbattere i muri dell’impossibile, quelli dell’indifferenza dei politici che governano e quelli di chi va e viene senza lasciarsi toccare davvero dalla cultura del luogo, dalle storie di vita di chi resta ai margini del mondo.

Il viaggio raccontato nel libro, però, non è fatto solo di luoghi fisici o di spostamenti. Spesso è anche un viaggio fra le credenze, i riti e le usanze che caratterizzano quel misticismo ancestrale che permea qualunque aspetto della vita di un malgascio. Che sia la gioia di una nascita, il passaggio alla vita adulta o la morte, non c’è evento o relazione che non vengano toccati da abitudini che spesso creano problemi molto seri. Come il caso della nascita di due gemelli, che prevede l’uccisione di uno di questi. Un’usanza talmente diffusa da portare alla creazione di una vera e propria associazione a difesa di questi bambini “scartati”, dei quali nessuno si prenderebbe cura. Per non parlare della pericolosità dietro all’abitudine di consultare lo stregone e non il medico, qualunque sia la malattia che affligge una persona. Anche la giustizia fa parte di questa trama e, non caso, la gente non riconosce l’autorità della legge perché non si fida. Segue un proprio codice, una “giustizia popolare” dove ognuno risolve i problemi da sé, pagando qualcuno per vendicarsi di qualcun altro, o per crearsi falsi testimoni pronti a mentire in cambio di un pò di denaro. Il risultato è una società basata sulla corruzione, come se già non ci fossero abbastanza problemi legati alla mancanza di cibo e acqua.

Quando sono le persone a fare i luoghi

Tornando ai luoghi, invece, nel libro ce ne sono di speciali e Massimo Lazzari li descrive con una sensibilità e un amore incondizionati, tipici di chi non ha scelto quella terra, ma semmai è stato scelto. Sarà per l’effetto di quella vocazione della quale dicevamo prima: un richiamo al quale non puoi sottrarti, un canto di Sirene impossibile da ignorare. Tuttavia nessun luogo menzionato nel libro è speciale come l’universo che puoi scorgere negli occhi di un bambino malgascio. Perché i bambini dei villaggi del Madagascar ti corrono incontro con due occhi pieni di una gioia traboccante che ti spiazza e ti conquista al contempo. Il loro sguardo è pieno di vita, a dispetto di un’esistenza segnata da una povertà disarmante, che costringe ogni abitante del luogo a una vita svuotata, arida. Eppure non c’è villaggio dove l’arrivo di Massimo e compagnia, non scateni una festa, un momento di condivisione autentica dove la gioia più grande spesso è anche la più semplice: scambiarsi un sorriso, giocare insieme, intonare un canto con allegria.

I villaggi che popolano le pagine del libro sono luoghi che non sembrano far parte del mondo. Sono un insieme di tetti di lamiera, capanne, acquitrini putridi e montagne di rifiuti. I bambini corrono a piedi nudi tra l’immondizia, mentre gli adulti riempiono bottiglie attingendo da quelle che sembrano essere più fogne a cielo aperto che fonti alle quali dissetarsi. Questi luoghi sono quelli che i politici non visitano mai, quelli che nessuno mostra, che nessuno racconta. Sono i luoghi ai quali Massimo Lazzari ha dato, non solo una voce, ma anche un futuro, una speranza. E tutto grazie a La fine della terra e agli altri libri i cui proventi vanno all’associazione no profit Aid4Mada onlus . La stessa che ha trasformato il viaggio dell’autore in Madagascar in un percorso di trasformazione: da viaggiatore a protagonista di un grande cambiamento. Quello delle vite di quei bambini per i quali il Madagascar non è un paradiso terrestre, ma un inferno che riescono comunque a popolare di sorrisi. Ecco perché leggere La fine della terra è un piacere al quale abbandonarsi, ma anche un dovere al quale non sottrarsi.

Recensione di: Gabriella Ferracane.